Dal Verme Domani e
sabato la violinista moldava che si esibisce scalza ospite dei Pomeriggi
«Il
mio Beethoven rivoluzionario»
Kopatchinskaja:
«Il massimo? Suonarlo con rispetto filologico»
Enrico Paola, Corriere della sera, 24.2.2010: «Suonare il concerto di Beethoven? È come cenare nel miglior ristorante del mondo». Patricia Kopatchinskaja è una delle violiniste più glamour e interessanti che calcano i palchi dei maggiori teatri (rigorosamente scalza: «sento il legno vibrare, mi restituisce l' energia che si sprigiona dalla musica»). Le sue affermazioni non sono mai peregrine: «La mia seconda attività è la composizione, ma tentandoci in prima persona riconosco l' abisso che separa un normale talento dal genio; i miei pezzi sono un piatto di pasta fatto in casa». Moldava cresciuta a Vienna e residente in Svizzera, la Kopatchinskaja è ospite domani dei Pomeriggi Musicali, diretta da Antonello Manacorda nel capolavoro beethoveniano. «Come nella sonata Kreutzer, contiene tutto lo scibile del violino», introduce. Poi, sfogliando la partitura, un' edizione tascabile per ripassare la parte: «Riesce a immaginare quante alternative suggeriscono queste note all' interprete? Prenda l' inizio: per tradizione viene attaccato in modo lento e triste, ma perché? A me suggerisce qualcosa di rivoluzionario: magari per Beethoven erano echi della rivoluzione francese». La bella moldava ha sperimentato in prima persona l' impossibilità di affermare un' unica linea interpretativa: «Suonavo questo concerto in modo molto moderno, poi il grande filologo Philippe Herreweghe, dopo aver ascoltato alla radio una mia intervista, mi ha invitato a suonarlo assieme agli strumenti ottocenteschi della sua orchestra degli Champs Elysées. Tutto era nuovo, ma anche così chiaro ed evidente! Il tempo, il fraseggio, il canto sostenuto anche senza vibrato: prima pensavo che la filologia limitasse l' espressione, invece è tutto molto più naturale». La sintonia con Manacorda è totale: anche il maestro torinese ha cesellato alla guida dei Pomeriggi un Beethoven più asciutto, essenziale, «filologico» pur con strumenti moderni. A proposito: dunque non suona più Beethoven in modo moderno? «Anzi, ancor di più. Il pubblico non solo ama ascoltare ciò che conosce, ma è ancorato all' interpretazione cui si è abituato. Invece andare a concerto è fare un salto, uscire dai cliché: deve sempre essere una prima assoluta».
Dal Verme, via S. Giovanni sul muro 2, ingr. 7,50/17 euro, tel. 02.87.905. Domani ore 21, sab. ore 17