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I CD 5 STELLE DI
AMADEUS (Giugno 2010):
Ludwig van
Beethoven: Complete work for violin and orchestra, Patricia
Kopatchinskaja / Orchestre des Champs-Élysées /
Philippe Herreweghe
Massimo Rolando Zegna, www.amadeusonline.net Giugno 2010: Patricia Kopatchinskaja begin è nata nel 1977 in Moldavia, il paese dei vigneti tra la Romania e l'Ucraina. Proprio per mantenere sempre un contatto con la "Madre Terra" si esibisce in pubblico a piedi nudi. E una forza della natura Patricia lo è davvero quando suona il suo Guarneri del Gesù del 1741. Lei ha sempre creduto nel fatto che un musicista non debba avere una sola linea interpretativa, che in tal senso una partitura offra molteplici e differenti spunti, che andare a un concerto debba sempre essere una prima assoluta. Dopo averla ascoltata, Philippe Herreweghe l'ha invitata a suonare il Concerto per violino di Beethoven assieme a lui e agli strumenti ottocenteschi dell'Orchestre des Champs-Ölysées. Una novità nel tempo, nel fraseggio, nel canto sostenuto anche senza vibrato che non ha limitato l'espressione, come credeva in precedenza Patricia, ma che al contrario ha reso ancora più salde le sue certezze. Della collaborazione con Herreweghe arriva adesso il cd che raccoglie tutte le opere di Beethoven per violino e orchestra: il Concerto op. 61, le due Romanze opp. 40 e 50 e i frammenti del giovanile Concerto WoO 5. Disco per più aspetti destabilizzante, spettacolare, inatteso, sicuramente bello, in cui Patricia sfoggia un suono veramente argentino, un piglio assolutamente mercuriale nel suo essere multiforme, nella sua volontà di recuperare quello che si sa sul modo di suonare di Franz Clement: il primo violinista ad avere eseguito l'op. 61.
Sonata metallica
Aldo Lastella blog www.repubblica.it (http://lastella.blogautore.repubblica.it/2010/03/31/sonata-metallica), 30.3.2010: Ho guardato dappertutto, persino sotto il tappeto, ma polvere non ne ho trovata. Ho annusato laria con la determinazione di un segugio, ma puzza di muffa non ce nera. Solo aria fresca, fragrante, energetica, corroborante. Beethoven ne sarebbe stato felice. Tradito, magari, ma decisamente felice. Stavolta la musica classica era un po meno classica, polverosa, muffita, e più vera, sincera, parlante.
Quei due sapevano benissimo dove volevano arrivare (e mi scusi Paolo Conte per avergli rubato questo bellissimo verso che non vedevo lora di utilizzare). Chi sono quei due? Lei è una forza della natura: una trentenne violinista moldava che si chiama Patricia Kopatchinskaja. Lui un pianista e compositore (bravo) turco, quarantenne, che si chiama Fazil Say. Insieme stanno girando lEuropa e ieri sera sono capitati a Roma per la stagione dellIstituzione Universitaria (Iuc). Beh, uno guarda il programma prima di andare al concerto e legge: apertura con la celebre Sonata in la maggiore di Beethoven, la monumentale Sonata a Kreutzer, bene; segue Sonata composta dallo stesso pianista, mmmmm; quindi la Sonata di Ravel, ottimo, è bellissima; chiudono le Danze rumene di Bartòk, splendido. Ci vado.
Stiamo tutti tranquilli nelle nostre comode poltrone vellutate nellaula magna della Sapienza, arrivano i due musicisti. Lei in viola e piedi scalzi, lo sapevo: lavevo vista alle prese con Ciaikovskij lo scorso agosto al Concertgebouw di Amsterdam, la Kopatchinskaja suona a piedi scalzi per non perdere contatto con la Madre Terra. Lui in nero stropicciato con due buffi stivaletti a punta quasi ricurva allinsù e unaria intrigante da gnomo. Partono, e si scatena linferno. Non è solo Beethoven, è heavy metal. Patricia strazia le corde del violino come Angus Young con la chitarra elettrica; Fazil fa lamore con la tastiera come Jerry Lee Lewis. La Sonata di Beethoven è la Sonata di Beethoven (magari resa un po più arrembante e non troppo corretta come timbri e intervalli) ma è latteggiamento dei due esecutori che fa urlare il cuore: Beethoven è uno degli autori classici più vivi che esistano ma con questi due esce dalla tomba e si mette a ballare. Musica viva, che altro dire? Musica che ci parla, ci urla nelle orecchie, ci prende per il bavero, non consola ma fa scorrere il sangue nelle vene. Non è questione di volume, né di ritmi, ma di entropia. Si tratta di saper estrarre da una pagina scritta secoli fa tutta lenergia, la potenza, la forza comunicativa che lautore volle affidarle. Quei due, Patricia e Fazil, ci riescono. Miracolosamente. Ci riescono con Beethoven, con Bartòk, un po meno con Ravel. Ed è tonificante anche la Sonata di Fazil, con un piccolo ma curioso omaggio alle sonorità turchesche strappate dalle corde nude del pianoforte.
Il pubblico si spella le mani. Qualcuno rimpiangerà la classicità perduta. Usciamo con il sorriso sulle labbra.
Dal Verme domani e
sabato la violinista moldava che si esibisce scalza ospite dei Pomeriggi
«Il
mio Beethoven rivoluzionario»
Kopatchinskaja:
«Il massimo? Suonarlo con rispetto filologico»
Enrico Paola, Corriere della sera, 24.2.2010: «Suonare il concerto di Beethoven? È come cenare nel miglior ristorante del mondo». Patricia Kopatchinskaja è una delle violiniste più glamour e interessanti che calcano i palchi dei maggiori teatri (rigorosamente scalza: «sento il legno vibrare, mi restituisce l' energia che si sprigiona dalla musica»). Le sue affermazioni non sono mai peregrine: «La mia seconda attività è la composizione, ma tentandoci in prima persona riconosco l' abisso che separa un normale talento dal genio; i miei pezzi sono un piatto di pasta fatto in casa». Moldava cresciuta a Vienna e residente in Svizzera, la Kopatchinskaja è ospite domani dei Pomeriggi Musicali, diretta da Antonello Manacorda nel capolavoro beethoveniano. «Come nella sonata Kreutzer, contiene tutto lo scibile del violino», introduce. Poi, sfogliando la partitura, un' edizione tascabile per ripassare la parte: «Riesce a immaginare quante alternative suggeriscono queste note all' interprete? Prenda l' inizio: per tradizione viene attaccato in modo lento e triste, ma perché? A me suggerisce qualcosa di rivoluzionario: magari per Beethoven erano echi della rivoluzione francese». La bella moldava ha sperimentato in prima persona l' impossibilità di affermare un' unica linea interpretativa: «Suonavo questo concerto in modo molto moderno, poi il grande filologo Philippe Herreweghe, dopo aver ascoltato alla radio una mia intervista, mi ha invitato a suonarlo assieme agli strumenti ottocenteschi della sua orchestra degli Champs Elysées. Tutto era nuovo, ma anche così chiaro ed evidente! Il tempo, il fraseggio, il canto sostenuto anche senza vibrato: prima pensavo che la filologia limitasse l' espressione, invece è tutto molto più naturale». La sintonia con Manacorda è totale: anche il maestro torinese ha cesellato alla guida dei Pomeriggi un Beethoven più asciutto, essenziale, «filologico» pur con strumenti moderni. A proposito: dunque non suona più Beethoven in modo moderno? «Anzi, ancor di più. Il pubblico non solo ama ascoltare ciò che conosce, ma è ancorato all' interpretazione cui si è abituato. Invece andare a concerto è fare un salto, uscire dai cliché: deve sempre essere una prima assoluta».
Il duo Fazil Say- Patricia Kopatchinskaja all'insegna della gioia e dell'ebbrezza
Katja Kraly, Il Piccolo dal 16.1.2010 (Monfalcone): Fazil Say ha festeggiato i suoi primi 40 anni con un concerto al Comunale di Monfalcone: una splendida festa, un far musica all'insegna della gioia e dell'ebbrezza assoluta che il pianista turco ha condiviso con la violinista moldava Patricia Kopatchinskaja, musicista in grado non solo di assecondare la prepotente natura musicale del partner, ma addirittura di sfidarlo in un incessante e divertito palleggio. La "Sonata per pianoforte e violino obbligato", la celebre Sonata a Kreutzer di Beethoven, vede il violino obbligato - ma tutt'altro che malvolontieri - ad abbandonare tutte le certezze della traditione classica per reinventarsi strumento di folgoranti intuizioni, audaci nel proporre il lato giocoso che affiora fra i potenti marosi dell' onda creativa beethoveniana. Sturm und Drang, una carica irresistibile che sembra voler stravolgere la partitura, ma trova pure raffinate oasi liriche nell'Andante con variationi, uno scambio di galanterie finemente cesellate, e poi uno stupefacente cambio di registro dall' apollineo al dionisiaco che transcina i due in un'incalzante finale, con respiri ad libitum che rinnovano ed augmentano la propulsione ritmica. Libera, ariosa e transparente è l'interpretatione della Sonata di Maurice Ravel, giocata sull'intelligenza degli incastri, condotta con esili e raffinate arcate che diventano potenti sciabolate nel Blues, al quale i due artisti si abbandonano con voluttà, sottolineandone la carica eversiva e mantenendone il filo nel Perpetuum mobile, trascinante nel crescendo del virtuosismo.
Le Danze popolari romene di Bela Bartok iniziano quasi in sordina, con suoni ovattati, il tema disegnato dai flautati del violino con un effetto dolcemente straniante: la violinista sembra acquattarsi con una mossa felina primo di esplodere con la pienezza del suono, vibrante e sinceramente palpitante, una spasmodica e appassionata adesione al melos popolare che culmina nella selvaggia esaltatione della danza finale.
Il duo ha chiuso il programma con una compositione del pianista, la Sonata op 7, quasi un compendio delle predilezioni dell artrista turco: profumo di Anatolia in un cocktail che assemblava sapientemente inventioni melodiche tardoromantiche con swing e blues.
Ovazioni seguite da un irresistibile sketch della Kopatchinskaja ad introdurre l'immancabile "Tanti auguri...", e il divertissement finale con la Bagatella Per Elisa, supremo esempio del sincretismo che contraddistingue il fuoriclasse turco.
CD:
Concerto per violino, Romanze, frammento di Concerto
violino
Patricia Kopatchinskaja, direttore Philippe Herreweghe,
orchestre des Champs-Élysées, cd Naïve
V 5174
Paolo Petazzi, www.classicvoice.com, ottobre 2009: Un Beethoven filologico con molte proposte insolite. Il giovanile frammento di Concerto per violino in do maggiore (1790-92) potrebbe far parte di un manoscritto completo di cui una parte è andata perduta nei numerosi traslochi di Beethoven: giustamente viene eseguito senza tentativi di completamento, come un frammento che si interrompe. Le due Romanze op. 40 e 50 sono interpretate con molta finezza e qualche libertà che ne anima la semplicità. Nel meraviglioso Concerto in re maggiore la giovane violinista Patricia Kopatchinskaja, nata in Moldavia e cresciuta a Vienna, collabora con Herreweghe e con la sua orchestra che lavora con strumenti depoca, e si ispira a ciò che si sa del modo di suonare di Franz Clement, il primo interprete del Concerto. I tempi sono abbastanza rapidi e molto flessibili, si tiene conto di alcune varianti del manoscritto e soprattutto si persegue una estrosa e varia ricerca nel fraseggio e nel suono, tendenzialmente leggero. Ci si allontana così sensibilmente dalla nobilissima tradizione classica della interpretazione di questo capolavoro, con un estro e una libertà che sono indiscutibilmente affascinanti nel Rondò finale e nella purezza cantabile del Larghetto, possono forse sorprendere o far discutere nel primo tempo (confesso che il primo ascolto mi è piaciuto meno del secondo). Una sorpresa di grande interesse offre la cadenza: qui Patricia Kopatchinskaja usa quella che lo stesso Beethoven scrisse per la trascrizione pianistica (non compiuta da lui) del Concerto per violino. La percussione vi interviene a dialogare con il solista. Beethoven non avrebbe pensato una cadenza violinistica negli stessi termini di una pianistica; ma è interessante conoscere lidea compositiva di integrazione della cadenza allinterno del Concerto, che fa parte della sua ricerca fin dal Terzo Concerto per pianoforte.
La stella del
violino domani ospite d' eccezione della Verdi diretta da Marshall
«La
mia droga si chiama palco»
Kopatchinskaja:
«La classica è sorpresa e rischio. Quello che voglio»
Ho suonato a piedi scalzi. E mi è piaciuto Il concerto
è scoperta, se no perché andarci?
Parola Enrico Parola, Corriere della sera 15.4.2009: «Nella vita di tutti i giorni sono una ragazza normale: moglie e mamma, guardo la tv, non bevo e non fumo. Il mio vino, la mia nicotina, forse anche il mio hascisc è il palco». L' immagine è almeno rockettara, ma a parlare è una fascinosa, talentuosa violinista moldava di trentun anni, che domani Wayne Marshall e la Verdi attendono in Auditorium quale solista in uno dei grandi classici della letteratura per archetto, il Concerto di Ciajkovskij. Per chi odia la routine, Patricia Kopatchinskaja sarà una dolce sorpresa: «Un concerto non può mai essere uguale all' altro, e in questo c' è qualcosa di misterioso, di religioso e di vitale. Perché andare a un concerto, se non per scoprire qualcosa? Tutti conoscono la partitura di Ciajkovskij, la novità può stare solo nel modo di suonarla. Può piacere o meno, ma non c' è scoperta senza rischio, come nella vita». In effetti il suo modo di suonare, così istintivo e energico, ha già spiazzato più di un critico: «Buon segno, vuol dire che qualcuno è stato colpito, anche se non ha ancora capito. Ma in musica succede: il concerto di Ciajkovskij all' inizio venne stroncato, etichettato come musica maleodorante». Libertà non vuol dire arbitrio: «Preferisco non suonare e memoria, la partitura aperta davanti, sul leggio, non è una gabbia, ma dischiude orizzonti infiniti». Eppure qualche licenza rispetto ai cliché del concertismo non manca: la Kopatchinskaja ama stare a piedi nudi sul palco: «Una sera avevo dimenticato le scarpe da concerto, e sono entrata a piedi nudi. Mi è piaciuto quel contatto fisico con il legno, con il suolo». Ironia e libertà sono doti innate per lei, custodite durante una vita all' inizio non facile: «La Moldavia è terra povera, difficile, ce ne andammo nel ' 90, non appena aprirono le frontiere. Adesso ci torno spesso con la mia associazione, Terres des hommes, per aiutare i giovani musicisti. Spesso i colleghi mi chiedono della Moldavia: è divertente venire da un nessun-luogo che nessuno conosce». Suo padre suonava il cembalo: «Amava la musica tradizionale, folk. Non faceva per me: quella sì la devi suonare sempre uguale, senza libertà». Poi l' arrivo a Vienna: «Sì, la scuola. Ma più che a scuola, ho imparato per le strade, ascoltando gli uccelli del Wienerwald». Libertà ch' è si cara, diceva Dante.
Orchestra Verdi, dir. W. Marshall. Domani ore 20.30, venerdì e domenica, Auditorium, largo Mahler, Euro 13-31, tel. 02.83.38.94.01
IL SETTEMBRE DELLACCADEMIA. IL "MINI-FESTIVAL" DEDICATO A BEETHOVEN SI È CONCLUSO NEL MIGLIORE DEI MODI:
Bella Prova dell'Orchestra Francese "Champs-Élysées", colore e virtuosismo. Da Herreweghe una brillante direzione. La giovane violinista Kopatchinskaja rivela estro e grande tecnica.
Cesare Galla in L'Arena - Giornale di Verona, 7.10.2008: Racchiuso nella vasta cornice del Settembre dellAccademia, si è svolto questanno un "mini-festival" dedicato a Beethoven: tre concerti monografici o quasi, e un cospicuo programma complessivo, con quattro Sinfonie e un paio di Concerti. Lo avevano aperto nella grande linea interpretativa di tradizione i francesi dellOrchestre National de France, con Kurt Masur sul podio; lo hanno chiuso laltra sera nel segno dellapproccio filologico" - strumenti depoca e conseguenti tecniche esecutive - i francesi dell Orchestra des Champs-Élysées, giunta al Filarmonico con il proprio fondatore Philippe Herreweghe sul podio. Chi ha in mente i patimenti di suono, che non di rado tarpano le magari anche significative idee musicali nel campo della cosiddetta "prassi esecutiva" (sottinteso: originale), nellascoltare i parigini se li scorda di primo acchito. Giunta in formazione robusta a sufficienza per rispondere alle esigenze stilistiche dettate da partiture beethoveniane come il Concerto per violino e la Settima Sinfonia, lorchestra ha infatti sciorinato un significativo smalto negli archi acuti, corposa e rotonda forza espressiva in quelli bassi e un magnifico equilibrio complessivo, tale da far risaltare con eloquenza, ad esempio, le complesse linee polifoniche della Settima, specie nellAllegretto e nel Finale. Di virtuosistico smalto, poi, è risultata la sezione dei legni e degli ottoni: 12 specialisti che hanno fatto scordare le limitazioni tecniche dei loro strumenti depoca (rispetto agli attuali) con una nitidezza d intonazione e una bellezza di colore davvero speciali. Herreweghe ha mostrato di avere nitida la percezione della "diversità" beethoveniana. Se nel Concerto per violino il fraseggio è parso a tratti un po' smunto, per così dire "denaturato", a favore di un dialogo di quasi barocca povertà con lo strumento solista, nella Settima ha trovato e illuminato al meglio una linea esecutiva che ha dato ragione delle tensioni dialettiche del compositore allinterno della forma, esaltando la brillantezza del ritmo e la ricchezza dei colori con scelte di tempo impeccabili e fraseggio acceso, ben contrastato nelle dinamiche.
Il Concerto è stato la vetrina della giovanissima violinista moldava Patricia Kopatchinskaja, estrosa strumentista di grande tecnica che si è presentata a piedi nudi sul palco e ha proposto il suo Beethoven acceso di contrasti, a tratti tagliente ma sicuramente comunicativo, senza negarsi alcuna possibilità di "personalizzazione", laddove la partitura concede interventi "ad libitum". Per la cadenza del primo movimento ha scelto quella con affiancamento di timpani originariamente scritta da Beethoven per la versione pianistica dello stesso Concerto, poco frequente e stilisticamente un po' fuorviante nella sua veste violinistica; non ha rinunciato a fiorire dimprovvisazioni molti passaggi; ha proposto unulteriore cadenza fra Larghetto e Rondò, che incrina il fascino della saldatura fra i due movimenti. Disinvolta, insomma, eppure notevolmente musicale: una corrente forte che, una volta meglio imbrigliata, promette moltissimo, come ha fatto intuire la Romanza op. 40, sempre di Beethoven, proposta con delicatissima grana timbrica e suadente scelta espressiva. Successo clamoroso, per la Kopatchinskaja, con lunghissimi applausi ritmati fino a un bis di "violino onomatopeico" (voce sul suono, con molta ilarità nel pubblico) del compositore quarantenne venezuelano-cinese Jorge Sanchez-Chiong. LOrchestre des Champs-Élysées si è invece congedata con una calligrafica esecuzione dell'Andante della Sinfonia n. 94 di Haydn.
Filologia
ed estro nel nome di Beethoven - LOrchestra
des Champs-Élysées e la violinista Patricia
Kopatchinskaja in una singolare esibizione al Settembre dellAccademia.
Davide Cornacchione, cartina.lago-di-garda.net, 5.10.2008: Il penultimo concerto del Settembre dellAccademia 2008 ha coinciso con la chiusura del mini-ciclo beethoveniano su cui si è incentrata la seconda parte della rassegna. Una serata monografica in cui lOrchestra des Champs-Élysées, diretta da Philip Herreweghe ed accompagnata dalla solista Patricia Kopatchinskaja, ha eseguito il Concerto per violino e orchestra, la Romanza per violino n.1 e la Settima Sinfonia del compositore di Bonn.
Caratteristica peculiare di questa formazione francese, nata nel 1991, è quella di esibirsi con strumenti depoca, e quindi ecco archi con manico più corto, corni senza pistoni, fiati senza chiavi in metallo e così via. Il suono, come ben si sa, esce quindi più ruvido, secco, mescolato a quella non trascurabile percentuale di rumore che il musicista Frans Brüggen ha riconosciuto essere elemento imprescindibile delle orchestre che suonano con questo tipo di strumenti.
Piena conferma di questo assioma si è avuta nel brano dapertura, ovvero il Concerto per violino e orchestra, di cui abbiamo ascoltato uninterpretazione estremamente corretta ma altrettanto asciutta, priva di qualsivoglia abbandono di matrice romantica. Ciò non ha comunque impedito di apprezzare la straordinaria caratura tecnica delle singole sezioni, da cui non traspariva la minima sbavatura. Perfettamente a suo agio allinterno di questa lettura si è mossa la Kopatchinskaja, che ha fornito una prova di grande virtuosismo oltre che di eccellente padronanza dello strumento, recuperando per il primo movimento una cadenza che, pur essendo sempre di mano beethoveniana, non è quella che di solito siamo abituati ad ascoltare, ed eseguendola con eclettico virtuosismo screziato da sonorità di stampo novecentesco.
Ulteriore conferma di questa linea interpretativa si è avuta nella successiva Romanza numero 1 un sol maggiore e nel curioso bis offerto alla fine della prima parte.
Straordinaria è stata la prova dellorchestra soprattutto nella seconda parte, dedicata alla Settima Sinfonia. Il suono qui si è fatto più caldo e rotondo, acquisendo anche in espressività, offrendoci un Beethoven scabro ma moderno, vivo, mai cerebrale. Eccellenti le prove delle sezioni degli archi e dei legni, in un crescendo di vitalità che altro non ha fatto che confermare quanto possa essere pertinente lapocrifa definizione di apoteosi della danza attribuita a questa partitura in epoca romantica.
Il concerto è stato salutato da calorosi applausi ricambiati da un bis haydniano.
Un fuoco spagnolo scalda l'impeccabile Filarmonica di Brema
Andrea Bambace, Alto Adige, Bolzano, 21.4.2005: .. Questa volta sul suo podio v'era un direttore catalano di forte temperamento, Josep Pons, affiancato per l'esecutione del celebre Concerto op. 64 in mi minore di Mendelssohn dalla giovane violinista Patricia Kopatchinskaja. Da tale collaboratione derivava un' interpretatione calda e passionata della partitura Mendelssohniana nella quala la solista, pur senza svettare per incisivita e rilievo sonoro riesce sempre a interessare per una sua propensione all ampliamento lirico della frase melodica all esplicazione di una drammaturgia piu meditata che estroversa...